MARCO MOLEDDA PRESSO “MATERA OPEN FUTURE”

Vi racconto la mia Work Experience..

Salvatore Mannuzzu diceva che non può esistere luogo, per quanto piccolo e periferico, che possa esistere se non è capace di generare una propria visione del mondo.

Se questa visione non può prescindere dalle radici e dalla storia della comunità che vi abita, è altrettanto vero che per elaborare una visione originale occorrono almeno due elementi: un’osservazione e un dialogo costante con ciò che accade attorno a noi, senza limiti spaziali e temporali, e l’individuazione delle modalità di linguaggio attraverso cui estrinsecare e comunicare la nostra idea di mondo.

Sono nato a Nuoro, che Salvatore Satta considerava più una condizione che un luogo. Una città ricca di contraddizioni, di dissonanze, di paradossi che ho imparato a conoscere soprattutto attraverso la produzione letteraria e artistica di tante personalità che qui hanno le loro radici o si sono innestate, per parafrasare Joyce Lussu. E attraverso la passione per il teatro – pluriventennale, ormai – ho avuto la fortuna di poterla raccontare o, per utilizzare un termine molto in voga attualmente, narrare con modalità e linguaggi diversi. Dopo i miei studi economici e di gestione, dieci anni di lavoro nel settore turistico e una esperienza importante in ambito assicurativo, circa due anni fa ho avuto l’impellente necessità di riprogrammarmi completamente, tentando di mettere a frutto l’esperienza accumulata negli anni e, soprattutto, cercando di fare sintesi con la passione per la cultura e le arti performative in particolare. Un corso di Management Culturale mi ha aperto le porte a una collaborazione con Sardegna Teatro, unico TRIC (Teatro di Rilevante Interesse Culturale riconosciuto dal MIBAC). Una collaborazione cresciuta nel tempo e che ha rifatto di Nuoro lo spazio in cui i miei sforzi professionali si estrinsecano. Concorrere alla crescita culturale di questa “unexpected town with unexpected people”, per citare un performer belga operante ad Amsterdam, ospite della stagione del Teatro Eliseo, nel cui coordinamento opero insieme a un giovane gruppo di professionisti, è un faticoso privilegio. Riconoscere proprio nella cultura il canale attraverso cui incidere sullo sviluppo sociale ed economico della Comunità e del territorio è un imperativo che diventa sempre più semplice da reiterare.

La scommessa di candidare Nuoro a Capitale Italiana della Cultura per il 2020, ha innescato una nuova metodologia operativa tra individui e operatori, basata sul dialogo, sulla collaborazione e sull’azione in regime di sussidiarietà. Nuova sicuramente per Nuoro, dove gli abitanti ogni tanto si descrivono come “su cane de s’ortolanu”, che né morde, né lascia mordere. È evidente che occorra tempo per fare in modo che alcune pratiche virtuose diventino prassi, ma quella di una nuova narrazione legata a una originale visione del mondo che parte proprio da chi a Nuoro ha il luogo di espressione di sé, è una strada che va percorsa con fiducia.

Il centro del mondo è il luogo da cui cominciamo a guardarci attorno, no? E allora è bene andare a cercare le soluzioni che altri luoghi, altre comunità, altri individui hanno elaborato anche lontano da noi, per verificarne l’applicabilità anche nei nostri contesti, magari con modalità originali e innovativa. E individuare nuovi linguaggi per raccontare noi stessi e la nostra idea di mondo. Il senso della mia presenza nella Capitale Europea della Cultura 2019, in seno alla Fondazione Matera Basilicata 2019, è tutto qui. Cercare di carpire come una località del sud, di dimensioni modeste per popolazione e capacità economiche, punto di riferimento per un territorio complesso dell’interno di una regione spesso marginale, ma con un substrato culturale florido, ma per lo più inespresso (ci ricorda qualcuno?) possa rimodularsi completamente attraverso una scommessa ambiziosa: ripartire dalla Cultura per un rinnovamento profondo e capace di generare crescita sociale ed economica.

Antonio Gramsci desiderava per sé che ogni mattino fosse un Capodanno. “Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”, diceva.

Diamo un’occhiata come i materani hanno fatto i conti con se stessi e stanno tentando di rinnovarsi e vediamo che cosa possiamo portare a casa.

MARCO MOLEDDA racconta

26/09/2019: IMMAGINARE E COSTRUIRE IL FUTURO |||| I-DEA, Progetto pilastro di Matera capitale della Cultura 2019, esplora gli archivi e le collezioni della Basilicata da un punto di vista artistico. È un esperimento che vede gli archivi e le collezioni come degli organismi viventi attraverso i quali interpretare le complessità stratificate della storia di una regione.
Una delle mie prime attività lucane si inserisce all’interno di questo grande contenitore e si sviluppa nell’ambito spaziale e comunitario del borgo La Martella, un insediamento degli anni Cinquanta nell’agro di Matera che mirava ad avvicinare i braccianti – che abitavano nelle famose abitazioni di tufo del centro storico – all’agro in cui espletavano la loro attività lavorativa. Voleva essere una risposta forte alla frase pronunciata nel 1948 da Palmiro Togliatti “I Sassi di Matera sono la vergogna d’Italia”, volta a migliorare le condizioni degli agricoltori materani e strutturare un nuovo approccio alla terra, moderno e virtuoso.
Il progetto fallì a causa delle complessità e delle contraddizioni figlie dell’Italia del boom economico e delle diverse visioni ricostruttive del secondo dopoguerra. Un progetto ambizioso di architettura e pianificazione che vide protagonista anche la Fondazione Olivetti e che è ancora oggi oggetto di studio.
A oltre 50 anni da quel tentativo e a quasi 30 dalle improbabili ipotesi di riconversione e sviluppo degli anni 90, il Borgo La Martella riparte dal suo piccolo teatro, gioiello ideato dall’architetto Ludovico Quaroni, che apre le sue porte per la prima volta (non era mai stato utilizzato prima con la destinazione d’uso originale) nell’anno della Capitale Europea della Cultura.
Qui, Virgilio Sieni, coreografo internazionale, già direttore della Biennale di Venezia dal 2013 al 2016, accompagna un folto gruppo di abitanti de La Martella nello sviluppo di un’officina permanente sul senso dello spazio tattile e i gesti di relazione empatica.
Il Teatro Quaroni si presenta come un microcosmo tattile in attesa di liberare le proprie energie aprendosi definitivamente alla città. Ancora una volta, il gesto, quello di apertura, unitamente al senso dell’incontro e della relazione tra le persone che compongono la comunità, ideali che avevano guidato la progettazione dell’edificio, sono i riferimenti sui quali si fonda il progetto Officina Tattile | La Martella.
Il pensiero si sofferma sulle possibilità di azione attivabili nei nostri borghi feriti dalla denatalità e dell’abbandono e sul valore dei progetti di comunità in grado di costruire insieme agli abitanti, presenti e futuri, solidi progetti di riappropriazione e rinascita condivisi e non calati dall’alto.
La fondamentale dimensione dell’ascolto, il rispetto per la tradizione e la storia che si fa linguaggio comune per aprirsi al mondo e al futuro.
Il parallelismo mi porta a Lollove, per esempio, unica frazione della mia Nuoro, gioiello di architettura rurale ancora intatto e ancora in attesa di valorizzazione, e alla riflessione nuova che si impone per immaginarne il futuro.
O a quegli spazi in seno al centro urbano che faticano ad essere riempiti di contenuti coerenti e non sporadici e la cui vitalità è spesso affidata agli sforzi di associazioni culturali volenterose, ma che si trovano a contenere la propria programmazione per debolezze strutturali non imputabili certo a limiti di impegno.
Ripartire dalla comunità e dal comunitarismo, che sono valori insiti nella nostra storia, e che modelli accattivanti della presunta modernità rischiano di cancellare definitivamente.
Non si tratta di agitare anacronisticamente tra la folla la sottoveste-bandiera di Paskedda Zau de i moti de Su Connottu. Non è un nostalgico ritorno al passato tout court, bensì innescare una riflessione volta a dare a quei valori un nuovo inizio, una nuova forma di esistenza.
In una città ossessionata dalla memoria, come è l’Atene Sarda, è forse un’eresia chiedere di approcciarsi alle “rovine” come faceva Marc Augé: esse “esistono attraverso lo sguardo che si posa su di esse” e contemplare le rovine e conoscere il passato non equivale a fare un viaggio indietro, ma deve essere un’esperienza del tempo che concorre allo sviluppo del presente.

8/10/2019: MATERA CITTA’ APERTA | #MCA
“Matera per un anno è la porta d’Europa, ma anche il suo specchio.
Il progetto Matera Città Aperta, che ho avuto modo di seguire in tutta la sua fase finale è un esperimento per capire quanto la Città, e quindi l’Europa, sia realmente “aperta”.
Nella piazza principale della Città è stata tracciata una linea che l’ha divisa in due parti.
Nei giorni successivi la separazione è diventata materiale, crescendo ogni sera fino a trasformarsi in un limite invalicabile, un muro che racconta le contraddizioni in cui viviamo: da una parte una società iperconnessa, dall’altra una realtà segnata da separazione e diseguaglianze.
Uno spettacolo della compagnia IAC Centro Arti Integrate, costruito in 7 episodi che si è sviluppato sotto la guida di Andrea Sant’Antonio e di un gruppo di attori coinvolgenti e capaci provenienti da diversi paesi del Mediterraneo, nell’arco di una settimana.
Tra questi, Ali Sohna, un ragazzo di 21 anni proveniente dal Gambia, arrivato in Italia nel 2015, che ha individuato proprio nel linguaggio teatrale il mezzo attraverso cui immaginare il suo ritorno attivo nel continente africano.
La Città è stata coinvolta in una provocazione distopica, con l’intento di costruire, nel tempo, nuove visioni utopiche, con l’obiettivo di accendere un fuoco sui temi della diversità, costruzione di barriere, esercizio del potere, ma anche accessibilità, inclusione, abbattimento e superamento di confini.
A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino a Matera si celebra la Cultura Europea, mentre nuovi muri nascono per difendere vecchi confini, dal corridoio umanitario nei Balcani, al nuovo muro tra Messico e U.S.A.
E qui nasce un ponte tra la Basilicata e la Sardegna per sollecitare un ulteriore approfondimento.
Il TEN Teatro Eliseo Nuoro di Sardegna Teatro ospiterà il 24 e il 25 ottobre, in prima assoluta in Italia, la Compagnia messicana Teatro Linea de Sombra con lo spettacolo Amarillo, che ha come fulcro proprio il muro che divide il Messico dagli Stati Uniti.
Attorno ad esso, si attiveranno diversi momenti di approfondimento rivolti agli studenti e al pubblico serale in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, la Cooperativa Lariso e lo SPRAR di Nuoro.
E a novembre, il progetto Matera Città Aperta di IAC, che ha suscitato l’interesse di molti operatori impegnati in azioni di integrazione e interazione tra diverse culture attraverso le arti performative sia in Italia che in Europa, sarà raccontato da alcuni suoi protagonisti proprio a Nuoro.
Andrea e Ali saranno in Barbagia per portare una good practice attraverso la loro testimonianza e la loro arte.
E, auspicabilmente, attivare nuove collaborazioni tra due regioni, la Sardegna e la Basilicata, profondamente votate all’accoglienza”.

IL TUTOR racconta

Coming soon…

IL CANDIDATO

NOME: Marco

COGNOME: Moledda

ETA’: 40 anni

LINEA DI INTERVENTO: Linea 1

PROFESSIONE: Disoccupato

CITTA’ DI PROVENIENZA: Nuoro

AZIENDA OSPITANTE

MATERA OPEN FUTURE

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